Alessandro Masi (Secretary General - Società Dante Alighieri)

La Società Dante Alighieri, per la lingua italiana in America e nel mondo

Sep 26, 2013 3700 ITA ENG

Quando si pensa all'insegnamento ufficiale della lingua italiana nel mondo, la Società Dante Alighieri è l'istituzione storicamente preposta a tale scopo. La nostra lingua ha tradizione e significa cultura e piacevolezza, ovunque, e costituisce per i nostri connazionali emigrati in America tanti anni fa, e per i loro discendenti, un punto di riferimento del loro sentirsi (anche) italiani. Chi emigrò parlava spesso solo il dialetto, che continuò a parlare in casa: ma i loro discendenti si americanizzarono presto, perdendo a volte l'uso dell'italiano. Fu solo con le generazioni successive che la lingua tornò ad essere di interesse, e di orgoglioso senso di appartenenza.

La Società Dante Alighieri si è appena riunita congresso, il suo ottantunesimo, a Cagliari. Il nostro importante ospite di questa settimana è il suo Segretario Generale, il Prof. Alessandro Masi, che da diverso tempo si occupa di promuovere e valorizzare la nostra meravigliosa lingua italiana. Lo ringraziamo per la sua disponibilità.

Prof. Masi, lei è dal 1999 Segretario Generale della Società Dante Alighieri. Ci parla un po' di questa gloriosa istituzione? Qual è la vostra storia? Quali sono le vostre attività?

La Società Dante Alighieri nasce nel 1889, per volere del poeta Giosue Carducci. Da allora non ha mai smesso, nemmeno nei tempi più difficili come quelli delle due guerre, di offrire il proprio servizio ai nostri connazionali, soprattutto all'estero: dapprima verso coloro che emigrarono in Nord Africa, e successivamente anche per coloro che parteciparono alle due ondate di emigrazione nelle due Americhe. Le nostre attività sono state sempre in crescita, l'importante è evidenziare che tale crescita segue il costante aumento della richiesta di lingua e cultura italiana nel mondo.

Avete un esteso network negli USA. Quante sono le vostre sedi, e dove sono? A quanti studenti avete insegnato la lingua italiana?

Negli Stati Uniti, come si sa, le nostre comunità di italiani sono molto forti e contano su persone che hanno ottenuto successo con fatica e sudore, arrivando a posizioni illustri e guadagnandosi l'onore ed il rispetto degli altri americani. Molti di loro si arruolarono nell'esercito americano durante la seconda guerra mondiale e furono gli artefici della comunicazione e dei primi rapporti tra gli americani e i siciliani (e poi gli italiani del sud dell'Italia) dopo lo sbarco nel quale ci vennero a liberare dal fascismo.

La "Dante" ha per loro una particolare di attenzione, come dimostra l'ampio programma svolto e in svolgimento in occasione dell'anno della cultura italiana negli USA: abbiamo presentato nuovi progetti multimediali, come la Divina Commedia in dvd e il progetto de I Parchi Letterari© in cui si valorizzano le eccellenze storiche, paesaggistiche ed enogastronomiche dell'Italia di ieri e di oggi.

Negli USA siamo presenti con 10 sedi: Anchorage, Boston, Denver, Detroit, Gainesville, Miami, New York, Pittsburgh, Pueblo, Seattle. Offriamo 200 corsi, frequentati da 4000 studenti: una cifra che non somiglia affatto alla reale richiesta di conoscenza verso la lingua italiana che, per gli USA, dove siamo la terza lingua più studiata, è del 4% di tutta la massa di studenti. Stiamo migliorando la nostra offerta con una serie di programmi che vedranno l'attivazione di un vero e proprio ponte di cultura e di conoscenza tra i due Paesi. Credo che gli Stati Uniti siano per i nostri giovani una fonte inesauribile di novità, un esempio molto importante in campo culturale – parlo del cinema, del teatro, della letteratura – e altrettanto può essere l'Italia per i giovani americani, siano essi di origine italiana oppure no.

Siamo in contatto con la più importante struttura associativa di rappresentanza degli italoamericani, la NIAF, con la quale stiamo sviluppando un progetto telematico di formazione dei docenti di lingua italiana in America. Ci interessa molto lavorare insieme a coloro che sono americani a tutti gli effetti, ed è giusto che quella bandiera sinonimo di libertà sia per loro un simbolo, ma che conservano nel loro cuore l'orgoglio e la felicità per la loro origine italiana, e questa è una cosa molto bella ed importante.

Il 2013 è l'Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti. Quali eventi avete organizzato in quest'ambito, e quali sono in programma per l'ultima parte dell'anno?

Abbiamo da tempo un proficuo rapporto privilegiato di scambio e cooperazione con la Farnesina, sia in Italia che soprattutto all'estero: ed è proprio in collaborazione con il Ministero degli Esteri, che coordina tutti i numerosi eventi che hanno fatto e fanno parte dell'anno della cultura italiana negli Stati Uniti, che abbiamo deciso di concentrare i nostri sforzi soprattutto sulla città di Boston, dove abbiamo una sede di nostra proprietà, uno staff di grande livello e un folto gruppo di soci. Abbiamo portato un'eccellenza assoluta italiana, come la Divina Commedia, con una modalità contemporanea dal titolo "Maratona Infernale" per la regia di Lamberto Lambertini e su idea di Paolo Peluffo: ogni canto dell'inferno è contenuto in una serie di dvd e declamato con brillantezza e tono adeguati al sommo poeta – la versione per gli Stati Uniti è ovviamente sottotitolata in inglese - con l'accompagnamento di musica e di immagini che raccontano una parte dell'Italia eccellente ma ancora poco conosciuta, almeno rispetto a quanto meriterebbe di essere apprezzata, valorizzata e visitata: dalle saline di Mozia alle fonderie di Agnone, sono tante le preziosità di diverse parti dell'Italia che abbiamo accoppiato ai versi del capolavoro del maestro al quale dobbiamo il nome della nostra Società. Un modo per valorizzare e promuovere insieme passato e presente, cultura e turismo, tecnologia e artigianato, caratteristiche vincenti di un Paese che non ha eguali per varietà di offerta in tantissimi diversi campi di interesse e attrazione per tutti i cittadini del mondo. È un progetto, realizzato anche grazie alla collaborazione di ARCUS, che ha riscosso approvazione, entusiasmo ed interesse a livello mondiale anche grazie al sostegno della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie, nella persona dell'Ambasciatore Cristina Ravaglia, che ha promosso una larga diffusione del lungometraggio in tutta l'America del Nord e del Sud. I dvd sono acquistabili secondo le modalità contenute nel nostro sito internet www.ladante.it, che è oggi in procinto di cambiare in base ad un profondo miglioramento che avverrà molto presto.

La lingua italiana è una delle più apprezzate nel mondo. Ci aiuta a capire perché?

A questo proposito, qualche idea in questi venti anni di esperienza, prima come Vice e poi come Segretario Generale dal 1999, me la sono fatta. La mia non è un'idea che vuole sbandierare tanto la posizione consolidata dell'italiano tra le lingue più studiate al mondo: la nostra è principalmente una lingua di cultura. Non siamo una lingua veicolare, come l'inglese o il mandarino o lo spagnolo: ma rispetto ad esse, lo specifico valore aggiunto per lo studio della lingua italiana è il suo intrinseco collegamento con la inarrivabile offerta culturale del nostro Paese, che è difficilmente comprensibile e apprezzabile davvero senza conoscere l'italiano. Mi sento di dire che l'italiano è il giardino fiorito che tutti vorrebbero accanto alla propria casa: una coltivazione dello spirito, una ricchezza in più. Se si studia l'italiano si ha l'impressione di coltivare un piccolo tesoro nella propria mente e nella propria coscienza. È una lingua ricca di vocali, che dà la straordinaria musicalità che tutto il mondo apprezza: e l'italiano è difatti la lingua dell'opera e del bel canto.

Che programmi avete in futuro, per continuare a difendere, diffondere e promuovere la lingua e la cultura italiana negli USA e nel mondo?

Possiamo dire che noi abbiamo creato un paradigma, che fa capo ad una profezia che vorrebbe fra qualche decennio, o qualcosa di più, la lingua italiana scomparsa. Partendo da questa infelice previsione, la nostra missione è invece quella di far sì che l'italiano non scompaia, ma anzi che vengano tutelate le parole della nostra bella lingua. L'obiettivo è dunque cercare di studiare e di comprendere i punti di forza della nostra cultura partendo dal lemma, dalla parola. Lo facciamo e sempre più lo faremo secondo tre direttrici: da un lato, muovendoci su un piano strategico di comunicazione sui social network (c'è ad esempio un nostro programma di grande successo su twitter, che si chiama "Il Decameron in 100 tweet", un tweet al giorno per 100 giorni come 100 sono le giornate del Decamerone di Boccaccio: c'è un hashtag sul quale commentare, si vincono premi, c'è una grande partecipazione che conferma che abbiamo portato moltissimi ragazzi a leggere o rileggere il Decamerone, con feedback molto positivi); da un altro lato, difendendo la qualità della nostra lingua tramite la certificazione PLIDA, che è una delle quattro certificazioni riconosciute dal Ministero degli Esteri con l'Associazione CLIQ (Consorzio Lingua Italiana di Qualità); e infine attraverso l'accrescimento di programmi di formazione e innovazione per andare incontro ad una richiesta di aggiornamento didattico che ci permetta di difendere la nostra identità nazionale ma nell'ottica di un sistema globale ben integrato che accoglie la convinta affermazione della propria identità se fatta non in difesa, ma in termini di partecipazione, di orgoglio, di condivisione, di apertura: una modalità che storicamente è propria ed insita nella cultura italiana e del nostro patrimonio.

Alcuni eminenti studiosi dibattono sull'uso di diversi sostantivi e aggettivi della lingua italiana a descrizione dei protagonisti delle diverse fasi dell'esperienza italiana negli Stati Uniti. Lei come la pensa?

Per come la vedo io, col termine "italiani emigrati in America" si possono descrivere certamente quegli italiani, come mio nonno che arrivò a Boston per lavoro, che appunto fecero parte dell'ondata migratoria ma che poi, per diversi motivi, fecero ritorno a casa, magari dopo aver guadagnato abbastanza da poterselo permettere e ricominciare la vita nel loro paese di nascita. Coloro che invece partirono dall'Italia ma poi rimasero, credo si possano definire "italoamericani". I loro discendenti, nati in America e sempre meglio integrati in quella società, a mio avviso sono descrivibili come "americani di origine italiana".

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