La lingua italiana della nonna

Jun 15, 2016 894

di Paul Sabatino

Anni fa, quando Eduardo DeFilippo venne a New York per una rappresentazione della sua intramontabile "Filumena Marturano", fece alcune osservazioni sui costumi e sulla lingua degli immigrati italiani residenti nel rione di Little Italy di New York. Osservazioni in apparenza banali, ma di quelle che lasciano dietro di sé tracce che riaffiorano di tanto in tanto e con la vera sintesi dietro l'illusoria banalitá. Per prima cosa, Eduardo fece nota delle tradizioni, oramai quasi tutte abbandonate in quell'Italia che cominciava a guardare fuori dei suoi confini, e a farsi invaghire dall'andamento di altri Paesi e altre culture.

Nonostante il numero crescente delle tradizioni che sparivano dal folklore di tutte le regioni d'Italia, esse venivano ancora osservate regolarmente, e con rigore, dai nostri connazionali in America. A partire dal pranzo di domenica con l'intera famiglia - una nidiata di nonni, zii, cugini - radunata intorno a una tavola nel cui centro non mancava mai l'enorme zuppiera piena al colmo di maccheroni fumanti al ragú. O magari la sagra della salsa di pomodori imbottigliata e conservata in apposite giare per il lungo periodo invernale quando i pomodori freschi non erano ancora facilmente reperibili come lo sono oggi, importati dalle zone degli States dove il clima mite permette la loro coltivazione.

Da non dimenticare, non c'era comunità di italiani dove durante il mese di ottobre, non si vedeva un andirivieni di camioncini pieni di casse d'uva, trasferite poi nei seminterrati dove l'uva veniva pigiata per il mosto del vino fatto in casa. Queste e tante altre tradizioni dell'antan casereccio nostrano, erano ancora una componente integrale dell'identitá degli Italiani sbarcati sulle sponde americane nei primi anni del novecento e cimentate da una generazione all'altra fino agli anni 60.


Il boom economico in Italia di quegli anni mise fine alle ondate di gente innumerevole. Famiglie intere erano partite lasciando definitivamente dietro di sé parenti e conoscenti, vedendosi costretti a cercare fortuna oltremare e sistemare i figli con un posto di lavoro o magari una carriera praticamente impossibile a realizzare in un'Italia dove il divario tra i benestanti e la classe operaia era non solo un diritto preteso dei ricchi, ma addirittura un'imposizione vissuta da gente rassegnata a sopportarla con le tante altre e palesi carenze di allora.


Per quanto il fervore delle osservanze - religiose in particolar modo - fosse ancora genuino e sentito tra i nostri connazionali ancora legati al paese, in tempo parecchi aspetti di quell'identità che prima legava al suolo natio, cominciavano a farsi piú radi, o persino a sparire totalmente da un ambiente destinato ad evolversi dai bassifondi straripanti di poveri italiani. Le località periferiche delle grandi metropoli rispecchiano tuttoggi un numero notevole di quei nonni e bisnonni traslocatisi negli anni successivi, onde si videro le prime integrazioni nel mondo americano. Sono stati loro, i nostri nonni che diedero il via agli attuali italo-americani.


Non fu una svolta immediata, bensì uno sgocciolio che durò anni, e quasi impercettibile, di quei consueti eventi che venivano o ignorati o trascurati per dar posto ad altri avvenimenti più correnti e più cosmopoliti. Il pranzo di domenica non era più così numeroso come una volta; fare il vino in casa o preparare la salsa di pomodori imbottigliati, erano troppo impegnativi; i giovani cominciavano ad allontanarsi dall'ambiente domestico per mimetizzarsi volutamente nel calderone americano.


Pertanto, con le tradizioni che venivano a mancare, tantissime espressioni del lessico familiare di una volta, cominciavano pure esse a sparire. Vocaboli che si riferivano ad oggetti usati dalla nonna; proverbi che avevano una spiegazione, che davano un significato concreto di situazioni, di individui, di abitudini, di moralità e di bon ton. La lingua e i costumi della nonna, insomma, stavano cambiando inesorabilmente. L'italiano parlato dai nostri antenati lo si sentiva ancora. Le espressioni dialettali del paese di origine erano, grosso modo, quelle del momento in cui i nostri nonni s'imbarcavano sui piroscafi che salpavano da Napoli, Genova, o Palermo. Il loro linguaggio e repertorio lessicale erano praticamente circoscritti alle proprie esigenze, non solo, ma rimasti fissi dentro i limiti sintattici in cui si trovavano alla partenza per le Americhe. Quando poi dopo molti anni i nostri connazionali tornavano al paese d'origine, il primo ostacolo in cui s'imbattevano era effettivamente la lingua o il dialetto i cui vocaboli o espressioni loro comuni una volta, non erano più usati né compresi da coloro che erano rimasti in patria.


Per Eduardo DeFilippo, la sua breve permanenza tra gli italiani di New York, fu una carrellata nell'antan di casa nostra. Sono tante le tradizioni, tali le processioni dei santi, e le fiere, nonchè le espressioni dialettali che con poche parole sono capaci di raccontare un intero volume. Purtroppo non esistono quasi più nell'Italia di oggi. Sono, in effetti, la finestra che si apre sul passato, su tutto ciò che una volta era il mondo dei nostri antenati. Un mondo intero che per molti giace sonnolento nella memoria. Un mondo con un'infinità di episodi che si ritrovano andando alla ricerca di antiche radici, di profili e di vociari di gente che con le maniche rimboccate, e il rapido movimento dei ferri sotto il braccio lavora la maglia che, come faceva Penelope per Ulisse, è destinata a non finire mai.


Ecco, questo é il patrimonio che ci ha lasciato la nonna. Le parole che le sentivamo usare, le abitudini che osservaviamo, dentro e fuori casa, i suoi modi di allestire le cose girovagando per la casa, tutti questi frammenti sono appunto dei tasselli che rivestono di continuo quella parte di noi capace di trascendere tempi e spazi. Sono essenzialmente il filo conduttore della nostra identità italica.

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