Aziende estere di nuovo a caccia in Italia

Mar 29, 2013 825

La divisione aeronautica di Avio passata al colosso americano General Electric o la modenese Marazzi ceduta a Mohawk Industries, che diventerà così il leader mondiale della ceramica. Ma anche l'azienda di business information Cerved Group acquisita dal fondo inglese Cvc Capital Partners e sei punti vendita di Lombardini ceduti a Carrefour.
Dopo undici mesi di stanca, tra dicembre dello scorso anno e l'inizio del 2013 lo shopping in Italia da parte di aziende straniere ha mostrato segnali di risveglio: il controvalore delle principali operazioni annunciate e in fase di completamento ha già raggiunto quota 3,8 miliardi, più della metà di quello realizzato nel 2012. «Le distensioni dello spread e la cura del governo Monti – spiega Giuseppe Latorre, partner di Kpmg responsabile di corporate finance – hanno portato a una timida ventata di ottimismo e a una maggiore credibilità dell'Italia. I risultati elettorali e l'instabilità politica condizioneranno le attività di M&A nel corso dell'anno, ma i campioni italiani continueranno ad essere attrattivi». Il Made in Italy è tornato così ad essere un boccone particolarmente appetibile e a prezzi da saldo soprattutto per le aziende quotate che negli anni della crisi hanno visto precipitare la loro capitalizzazione. Non solo. Per alcune Pmi accettare il corteggiamento di imprese straniere diventa l'unica strada per far fronte alle esigenze di liquidità. Tanto che a fine febbraio i servizi segreti hanno lanciato l'allarme. Nella relazione presentata al Parlamento a febbraio l'intelligence ha puntato il dito contro «l'azione aggressiva di gruppi esteri» che mirano ad acquisire «patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali», nonché «marchi storici» a svantaggio della competitività delle imprese strategiche. Il governo, però, è già corso ai ripari e nel prossimo Consiglio dei ministri – l'ultimo dell'era Monti – dovrebbe approvare il regolamento sulla riforma della golden share.
Tra il 2008 al 2012, secondo le rilevazioni di Kpmg, sono 437 le imprese italiane acquisite da aziende estere che hanno staccato un assegno complessivo di 55 miliardi. In testa figurano gli Usa (con 88 imprese italiane oggi con bandiera a stelle e strisce) e la Francia (con 66 società passate di mano). «Gli Stati Uniti – spiega Simone Crolla, consigliere delegato dell'American Chamber of Commerce in Italia – guardano con grande attenzione alle imprese del made in Italy, in particolare a quelle di piccola e media taglia e comprano non solo le società, ma la loro competenza. Quando ad acquistare è una multinazionale l'obiettivo è sempre la creazione di valore. Le aziende acquisite possono così vantare economie di scala e diventare più competitive sui mercati esteri. Diverso è invece il caso di fondi dove il vantaggio principale è certamente la disponibilità di liquidità». A esercitare più appeal è il settore manifatturiero: soprattutto macchine industriali, computer, elettronica o finanza e assicurazioni. I francesi, sottolinea Didier Bourguignon, direttore per l'Italia di Ubifrance, l'agenzia per l'internazionalizzazione d'Oltralpe, «sono invece attratti da Pmi esportatrici, non concorrenti ma complementari, e l'acquisizione diventa un modo per completare la gamma. I settori più interessanti sono meccanica, tessile, automotive o prodotti petroliferi, caratterizzati da eccellenza e qualità, con forte competenza industriale».
Sulla nuova ondata di shopping estero le opinioni sono divergenti. Per Giulio Sapelli, docente di Economia all'Università statale di Milano «è in atto una vera e propria campagna d'Italia, perché in molti casi l'acquisizione diventa per le Pmi italiane un'alternativa al credit crunch e le mette in condizioni di subalternità». Non è d'accordo Marco Mutinelli, docente di gestione delle imprese all'Università di Brescia e coautore del rapporto "Italia Multinazionale": «Se un'azienda è forte e ha un marchio, un know how, una specificità di prodotto o un radicamento sul territorio – spiega – è difficile pensare che l'acquirente possa svuotarla e portarla altrove». E cita il caso di Ducati, conquistata nell'aprile del 2012 da Audi. «Certo – conclude Latorre – dispiace assistere alla cessione di campioni nazionali, ma la miglior difesa è la capacità di crescere per avere le spalle larghe e resistere alle scalate. L'afflusso di capitali esteri è un segnale di enorme vitalità e la difesa del modello italiano è antistorica, perché il mercato è globale».
La questione però si complica in caso di ex aziende pubbliche ora privatizzate nei settori strategici come l'energia, i trasporti e le comunicazioni. Per questa ragione il governo ha preparato un regolamento che prevede per lo Stato la possibilità di esercitare "poteri speciali", recependo i rilievi della Commissione Ue per uniformarsi alle regole sul mercato unico.

di Chiara Bussi / Il Sole 24 Ore

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