Tra «Bella ciao» e «In the Mood», tra la guerra partigiana con una canzone che a posteriori ne è diventata un simbolo, alla guerra di liberazione evocata dallo strabusato swing di Glenn Miller che accompagna servizi e documentari tv di autori con scarsa fantasia. Il 25 aprile segna convenzionalmente l'ordine di insurrezione generale ma diventa per tutti, o quasi, Festa della liberazione, in cui va ricompresa la vittoria degli Alleati nella lotta al nazifascismo in Italia. Compresa, non esclusa, né accantonata.
Infatti non ce n'è quasi traccia nelle celebrazioni, nelle articolesse, nei blablà retorici e nelle interessate rivisitazioni della storia a uso e consumo della politica e dei partiti, con partigiani dappertutto e soldati "in retrovia". La bilancia della storia dà un peso diverso rispetto a quella truccata dalla mancata condisione del nostro passato, che fa pendere un piatto da una parte. Sempre la stessa. L'Italia è stata liberata da due armate alleate, che hanno risalito la Penisola sul fronte adriatico (VIII britannica) e su quello tirrenico (V americana), col pesante contributo di sangue del rinato Regio esercito – nelle tre fasi del 1° Raggruppamento motorizzato, Corpo italiano di liberazione e Gruppi di combattimento – e dei contingenti stranieri, tra i quali spicca il II Corpo d'armata polacco del generale Anders dove militavano i patrioti della Brigata Maiella.
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