Una mostra sull'emigrazione italiana negli Usa

Nov 16, 2012 998

New York, 1905. Anna Scicchilone, il volto bruciato sui campi del Mezzogiorno incorniciato da un fazzoletto, è appena sbarcata a Ellis Island insieme ai tre figli, due bimbe piccole e il maggiore piegato dal peso del fagotto sulle spalle. Una famiglia di emigranti italiani negli Stati Uniti. Cinque milioni i connazionali che tra il 1850 e il 1914 arrivarono negli Usa. Anna e i suoi bambini scompaiono nel deposito dei bagagli degli immigrati di Ellis Island nella fotografia più celebre della nostra emigrazione. Il campo rom dell'ex camping River sulla Tiberina accoglie «The Dream... per non dimenticare», mostra pittorica di Meo Carbone sull'emigrazione italiana negli Stati Uniti, un'iniziativa unica nel suo genere ideata dal gruppo vincenziano della parrocchia di San Crispino da Viterbo in collaborazione con la Caritas diocesana e l'Ufficio Migrantes del Vicariato.

Tra le centinaia di volti di lavoratori, operai, minatori, ragazzini e donne che si moltiplicano sulla superficie dei dipinti c'è anche la famiglia Scicchilone. Non scompare più anonima tra pile di bagagli, ma emerge dallo sfondo cupo e nero della tela con sbalzi di luce che illuminano i loro volti per restituirgli dignità e giustizia. Dal realismo della fotografia Carbone prende quei volti, li scompone e li ricompone sulla tela con una forza espressiva che tralascia i profili netti e taglienti delle foto per abbracciare l'indefinito: quel «sogno americano» che ha spinto milioni di italiani a emigrare e poi a integrarsi nella società statunitense, nonostante discriminazioni, povertà, pregiudizi. Volti e storie simili a quelle dei rom del campo dove si allestisce l'esposizione.

«Come artista mi occupo di emigrazione - spiega Carbone - e come volontario vincenziano a San Crispino da Viterbo frequento questo campo rom. Ho pensato di portarvi l'esposizione, che gira l'Italia dal 1995, come testimonianza dell'emigrazione italiana e per mostrare agli immigrati, in particolare ai rom, che l'integrazione è possibile come fu per gli italiani». Una proposta «originale e importante - scrive in un messaggio monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell'Ufficio migrantes della diocesi - perché il tema dell'accoglienza è portato all'attualità. Spero di riproporla altrove». «L'integrazione si realizza solo insieme con la carità e la giustizia per ridare dignità alle persone e con legalità», sottolinea Luigina Di Liegro, nipote del fondatore della Caritas di Roma.

«La Capitale deve diventare un luogo di accoglienza e dialogo, superando la logica dei campi - aggiunge don Andrea Palamides, collaboratore di Migrantes -. La condivisone con gli altri è possibile solo se ci si fa piccoli, come Ruth e Noemi, le due donne emigrate della Bibbia». A visitare la mostra i rappresentanti delle 5 diverse comunità rom del campo e alcuni dei 525 residenti che abitano nei moduli e in 15 stanze e nei bungalow dell'ex campeggio. «Lavoriamo molto per il rispetto delle regole, la pulizia, l'ordine - spiega Mario, un giovane operatore -. Abbiamo uno sportello dove offriamo servizi sociali, aiuto nelle pratiche burocratiche e nelle visite mediche: è un punto di collegamento tra le istituzioni e il campo. Qui la scolarizzazione è al 96%». «Abbiamo la possibilità di un inserimento lavorativo - precisa il responsabile, Roberto Fagiolari - e un buon ricambio di ospiti». «Manifestazioni come questa sono importanti perché si parla di immigrazione e integrazione sociale», afferma Dumitru Ion, rappresentante della comunità romena. Bajram Hasimi, rappresentante di quelle Kossovara e macedone anticipa: «Domenica, 100 persone inizieranno un corso di formazione per lavorare come venditori online. È una bella e concreta occasione di integrazione offertaci direttamente da un'azienda».

You may be interested