Viaggio al centro della tecnologia

Apr 29, 2013 1383

Ma a chi può capitare di visitare il prestigioso Computer History Museum di Mountain View, a pochi chilometri dal quartier generale Google... accompagnati da un autore doc? A noi, col gruppo dei giovani imprenditori del Sud, di cui Davide Bennato, docente all'Università di Catania e autore di "Sociologia dei media digitali" è guest star.

Visita memorabile. E dunque oggi lascio a lui la parola. Go Davide!

Da un lato, muoversi nei luoghi che hanno visto nascere tutte le tecnologie più importanti degli ultimi decenni, come il personal computer, internet, l'universo dei social media.
Dall'altro, dare un volto a quei luoghi che sono stati la culla della voglia di sperimentare e di contaminare la scienza con la guerra, la tecnologia con le persone, il mondo hippy con la galassia «corporate».
Dall'altro ancora vuol dire assistere all'imporsi di un nuovo ecosistema fatto di imprese piccole e aggressive, le startup, dei finanziatori molto diversi dalle banche, i venture capital e i business angels, di un manipolo di giovani imprenditori più simili a sognatori che a personaggi dell'universo aziendale.
Ma vuol dire anche incontrare la più importante cattedrale della memoria culturale del XX secolo, il Computer History Museum di Mountain View.

Per capire questa istituzione bisogna capire la dimensione simbolica e culturale del computer.
Prendiamo un'antico vaso attico esposto in una teca di un qualsiasi museo sulla Grecia antica.
Apprezziamo la forma elegante, le figure nere sul fondo rossastro della terracotta, la rappresentazione di scene mitologiche o di gare olimpiche. E poi cominciamo a chiederci: di che materiale sono fatti? Che tipo di mercato li faceva produrre e acquistare? Come funzionavano le industrie che li producevano?
In pratica passiamo dalla dimensione estetica alla dimensione materica con le sue riflessioni tecnologiche, economiche, politiche.
Ora immaginiamo: il vaso diventa un involucro di plastica o alluminio, il vuoto dell'interno viene riempito da un intrico di cavi, microprocessori, diodi, triodi, valvole, ingranaggi.
Abbiamo davanti a noi un computer.
È brutto nelle sue forme, figlio di un industrialismo di tempi antichi quando non remoti, di un mondo al servizio della produzione, privo di originalità o di creatività che non fosse quella dell'ingegnere che li ha fatti costruire.
Improvvisamente però ci troviamo a interrogarci su temi non banali.
A cosa servivano? Perché ora sono protagonisti del mondo militare e ora dell'industria? Chi li usava? Qual è la loro parentela con le lucide tecnologie touch che costellano le nostre vite?
In pratica passiamo dalla dimensione materica alla dimensione simbolica e culturale.

E improvvisamente davanti a noi si apre un percorso entusiasmante di ricerca di nuove macchine per la conoscenza, di storie talmente straordinarie da sembrare uscite da film di fantascienza.
E così incontriamo la Pascalina, la macchina calcolatrice del filosofo Pascal, che interrompeva le sue riflessioni sui sentimenti e le emozioni.
Oppure intravediamo la macchina delle differenze di Babbage, il cui hardware - il corpo - è frutto dell'intelletto di un uomo ma il software - l'anima - è opera di una donna (e di chi altrimenti?) Ada Lovelace figlia di Lord Byron.
Ecco apparire Enigma, la macchina crittografica nazista, ed il suo nemico di sempre, Colossus, protagonisti della più importante e meno conosciuta spy story della seconda guerra mondiale. Quest'ultimo figlio del matematico Alan Turing, genio che la società bigotta costrinse al suicidio con una mela al cianuro perché omosessuale.
Nel padiglione degli anni '70 appare Altair 8800, il computer nato dalla folle idea di un gruppo di visionari hippy amanti della tecnologia che ha aperto la strada allo sviluppo dei personal computer.

E improvvisamente si fa largo un'idea tanto semplice quanto forte: non stiamo guardando delle tecnologie, ma stiamo guardando dentro noi stessi. Le nostre paure, i nostri desideri, le donne, le guerre, gli amori e tutto quanto ci rende umani.
E il Computer History Museum diventa un affascinante percorso nell'umanità e nella società vista con gli occhi di uno scatolotto di cavi, processori, pannelli touch che chiamiamo computer.
Il computer non è fredda tecnologia da ingegneri ma calda passione per un oggetto che contiene il sapere, come il libro.
È questo che ci permette di capire perché adesso storici come Giovanna Ceserani studiano alla Stanford University la rete dei percorsi del Grand Tour settecentesco con gli strumenti informatici delle digital humanities.
Ma questa è un'altra storia".

Ps: Brividi al museo, davanti alla vetrina con la leggendaria P101 Olivetti... 1964: il primo personal computer!

Roberto Bonzio / Italiani di Frontiera

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