C’è un pezzo di America nel futuro della scienza italiana: qui si formano le “breaking ideas” di 16mila giovani ricercatori

Nov 11, 2012 1323

In realtà bisognerebbe chiedersi come fa l'Italia a fare a meno di 16mila giovani ricercatori che hanno scelto gli Usa per specializzarsi e contribuire al progresso delle scienze. In pratica si rimane affascinati dai "cervelli in fuga" che stanno costruendo, attraverso carriere brillanti, il futuro scientifico mondiale.

Il Mese della Scienza, che l'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles ha dedicato alle scoperte made in Italy, ha dimostrato non solo l'impatto sociale delle loro innovazioni, ma ha distribuito una cartolina (purtroppo) insolita dell'Italia. Il nostro contributo alla cultura non è fatto solo di design, moda, arte o architettura, pur mirabili e ineguagliabili, ma anche di scienza e di scienza ad altissimo livello.

"È vero che fino ad oggi il settore scientifico è stato molto trascurato e non sappiamo molto sulla grande eredità che invece l'Italia ha in questo campo. Aver voluto fare il Mese della Scienza ha significato riempire un po' questo gap. Inoltre riflette la maggiore attenzione e sensibilità che attualmente i governanti italiani hanno nei confronti della scienza. Proprio in un momento di particolare crisi come questo, credo sia il momento di investire nello sviluppo scientifico perché la crisi, ce lo auguriamo tutti, prima o poi finirà e quindi ci troveremo qualcosa di acquisito da poter sviluppare".

Così si è espresso Alberto Di Mauro, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di LA, spiegando l'iniziativa. "È la prima edizione del Mese della Scienza e devo dire che ha avuto molto successo sia presso gli italiani che gli americani. Mi è stato chiesto di continuare questo esperimento, anche perché non è soltanto un mese, ma serve a creare una serie di raccordi tra gli scienziati, i ricercatori italiani e quelli americani. È una finestra aperta sul futuro, suscettibile di prossimi e augurabili sviluppi".

La prima e migliore dimostrazione di quanto serva un'iniziativa simile, l'hanno data tre giovani ricercatori, semplicemente raccontando i progetti in cui sono impegnati. Arrivano da Friuli, Veneto ed Emilia ma negli Usa hanno trovato le condizioni che in Italia mancano per sviluppare gli studi. Laura Perin del Saban Research Institute Childrens Hospital di LA e docente di Urologia della Keck School of Medicine della USC, ha illustrato una terapia cellulare capace di combattere attraverso le cellule staminali, fibrosi e infiammazioni renali, patologie di cui soffrono 28 milioni di americani.

Giovanni Pau, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze informatiche della UCLA, ha spiegato come misurare, attraverso centraline mobili, l'inquinamento atmosferico e ridurlo in tempo reale chiudendo al traffico parti della città. Isabella Velicogna, UCI School of Physical sciences, ha invece affascinato il pubblico spiegando come sia possibile monitorare la Terra dallo spazio e capire ad esempio, che tra il 2002 e il 2008, c'è stata una perdita d'acqua di ben 109 Km cubici.

Intervistato da L'Italo-Americano, nella serata conclusiva del Mese della Scienza dell'IIC, ha fatto un bilancio della ricerca italiana negli USA Vito M. Campese, professore della USC Keck School of Medicine. Ha lasciato la Puglia 37 anni fa e oggi è il presidente di ISSNAF, l'associazione che riunisce ricercatori e accademici italiani del Nord America.

Perché tanti giovani italiani scelgono di fare ricerca negli Usa?

In Italia ci sono contraddizioni notevoli. C'è un sacco di gente che fa ottima scienza, però c'è anche un sacco di giovani italia- ni che non trovano la possibilità di sviluppare le proprie idee o di contribuire al mondo scientifico in maniera sostanziale. Ecco perché molti prendono un aereo per il Nord America o il Nord Europa dove effettivamente ci sono più possibilità di sviluppare una carriera scientifica, i propri progetti e, quindi, di riuscire nella vita.

Cosa fa il governo italiano per la ricerca?

Gli interventi fino ad ora sono stati insufficienti. Però devo dire che c'è una volontà politica notevole, soprattutto attualmente a livello dei Ministeri dell'Istruzione, della Sanità e degli Esteri. Ci sono tentativi seri di sviluppare la scienza in Italia in maniera molto più sostanziale anche attraverso la creazione di questi ponti tra laboratori italiani e laboratori del Nord America e Nord Europa. Io credo che la soluzione in Italia sia proprio questa: utilizzare i cosiddetti "cervelli fuggiti" per aiutare il sistema Italia a promuovere le scienze in Italia, perché attraverso lo sviluppo scientifico si promuove lo sviluppo economico di una nazione. Credo fermamente che sia possibile.

Quanti sono i giovani cervelli fuggiti negli USA?

Si stima che 16mila siano attualmente negli Stati Uniti, impegnati in vari laboratori e in vari campi scientifici. Molti stanno avendo successo perché gli italiani che vengono qui capiscono che bisogna lavorare per affermarsi e andare avanti, e lo fanno bene. Conosco giovani italiani negli USA che sono strabilianti, delle menti incredibili che sicuramente saranno i Dulbecco del futuro. Daranno un contributo alle scienze così come ha fatto Dulbecco, che ha aiutato il sistema Italia.

C'è la possibilità per questi cervelli di rientrare?

Certamente, però la nazione deve capire alcune cose: la prima è che si deve investire di più in ricerca. Si sente "tagliamo qua, tagliamo là", però se si taglia in ricerca il Paese va indietro e non avanti in tutto. Bisogna incentivare la ricerca e aumentare la spesa almeno di uno 0,1% all'anno per arrivare agli stessi livelli di finanziamento europei. Non parliamo poi dei finanziamenti negli Stati Uniti o in Giappone. Noi spendiamo lo 0,9% del Pil in ricerca, Stati Uniti e Giappone investono oltre il 3%, la media europea è 1,7%. Siamo indietro e bisogna investire di più. Punto e basta.

Se non si capisce che questo favorisce lo sviluppo di nuove conoscenze e lo sviluppo economico della nazione non si va da nessuna parte. Credo però che gli attuali governanti lo capiscano perfettamente. Adesso è un periodo difficile, ma sono fiducioso che le cose cambieranno.

Lei crede che il governo tecnico possa fare qualcosa di più e di meglio rispetto al passato?

Questo governo ha la consapevolezza dell'importanza della ricerca per lo sviluppo economico della nazione e quindi c'è la volontà di fare molto di più in futuro di quello che si è fatto finora. Ho rapporti diretti con alcuni ministri e posso garantire che ho visto una grande sensibilità e una grande voglia di far meglio in questo settore critico per lo sviluppo del Paese.

Lei come e quando è arrivato qui?

Sono arrivato qui con un aereo, come tutti, nel 1974 con l'idea di trascorrere un anno negli USA e imparare qualcosa di nuovo. Poi dopo un anno mi hanno chiesto di rimanere un secondo anno e ora sono qui da una vita. Ho fatto la mia carriera negli Stati Uniti e ne sono contentissimo ma, al tempo stesso, mantengo ottimi rapporti con il mondo accademico italiano. Sono il presidente di questa fondazione che sta cercando di aiutare il sistema Italia e quindi, a mio modo, cerco di ripagare il Paese per avermi dato un'educazione di un certo livello che mi ha consentito di affermarmi qui negli USA.

fonte: L'Italo-Americano

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